Andrea De Carlo - Durante


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Il 24 novembre mattina

Il 24 novembre mattina fuori c’erano almeno quaranta centimetri di neve, e mio fratello ha telefonato per dirmi che nostro padre era morto.
Quando mi ero svegliato e avevo aperto gli scuri della finestra ero rimasto a guardare il bianco che copriva in modo uniforme alberi e campi e boschi e case lontane, fino all’orizzonte dove le ondulazioni delle colline si confondevano con il grigio molto chiaro del cielo. Avevo ascoltato il silenzio, inspirato l’aria gelata fino in fondo ai polmoni, soffiato fuori vapore. Alcuni fiocchi mi si erano posati sulla fronte e sul petto e sulle mani, il freddo mi era passato sulla pelle nuda. È una zona dove nevica con troppa frequenza perché uno possa provare il senso di magia di quando era bambino, eppure ogni volta mi affascina il modo in cui i suoni si smorzano e le distanze si allungano, i legni secchi e i rovi e le pietre e le buche e i crepacci scompaiono sotto la superficie bianca in un’illusione di paesaggio perfettamente omogeneo. Sapevo che lo stupore per la trasformazione non sarebbe durato a lungo, e che presto sarebbero affiorate ogni genere di complicazioni pratiche, ma per i primi minuti mi ero lasciato incantare, mentre mi vestivo con molti strati di cotone e lana.
In cucina avevo messo a bollire del tè e preparato del porridge di avena, avevo fatto flessioni sulle gambe e sulle braccia per scaldarmi. Mentre mangiavo avevo sfogliato un saggio sulle correnti oceaniche che mi serviva per il libro che stavo scrivendo sulla sopravvivenza in mare aperto dopo un naufragio. Poi ero andato a controllare il telefono, ed era perfettamente muto. Me l’aspettavo, perché i fili corrono per qualche chilometro attraverso un bosco, basta un temporale o qualche folata di vento o appunto la neve a far cadere la linea. Ogni volta ci vogliono giorni prima che qualcuno venga a ripararla, ammesso di avere la pazienza di sollecitare il servizio guasti più volte al giorno. D’altra parte restare isolato non mi dispiaceva: mi faceva sentire al riparo dalle ragioni incalzanti del mondo, le allontanava fino a renderle quasi incomprensibili.
Ho tirato fuori il mio cellulare dalla tasca del giaccone in cui lo tenevo, vicino all’ingresso: mi ero dimenticato di ricaricarlo, il simbolo della batteria lampeggiava sul minuscolo schermo. C’era anche il simbolo “chiamate perse”, ma prima che potessi controllare di chi erano, la suoneria è partita con la musichetta pseudocaraibica che avevo scelto per esclusione tra le opzioni disponibili. Mi sono infilato gli stivali alti di gomma e sono uscito nella neve davanti a casa, verso l’albero dove si riceve meglio il segnale. Affondavo a ogni passo, era come camminare su un altro pianeta.
Mio fratello Fabio era più concitato del solito: ha detto “Lorenzo, è da ieri sera che provo a chiamarti, sul fisso e sul cellulare”.
Ho detto “Il fisso è guasto per la neve, e il cellulare non riceve dentro casa”, nel tono semicantilenato di chi ripete informazioni già ampiamente disponibili.
“Papà è morto” ha detto lui.
“Cosa?” ho detto, con un’immagine mentale di nostro padre nel soggiorno di casa sua mentre si girava verso di me a dire qualcosa. La neve mi arrivava alle ginocchia, gli allori erano piegati sotto una massa bianca che rischiava di spezzarli.
“Sì” ha detto mio fratello.
“Quando?”; una a caso delle molte domande parzialmente formate che mi passavano a scatti nella testa.
“Verso le dieci.” Aveva fretta, come sempre: c’erano questioni almeno altrettanto importanti che lo aspettavano al di là della nostra telefonata.
“Ma come è successo?” Anche se non avevo mai pensato che nostro padre potesse letteralmente vivere per sempre, era stato nel mio paesaggio mentale da quando ero nato, attraverso ogni mio periodo e fase: riconfigurare un mondo senza di lui non era semplice.
“Infarto del miocardio” ha detto mio fratello.
“Dove?”
“A casa, nel suo studio. Luz ha chiamato subito l’ambulanza, ma quando sono arrivati non c’era più niente da fare. Non l’hanno neanche portato via.”
“Ah” ho detto. Ho preso un lungo bastone da sotto il portico, ho cominciato a dare colpi ai rami di alloro piegati. La massa di neve si staccava a blocchi farinosi, i rami ondeggiavano. Ho battuto con più energia: alcuni rami si sono liberati e sono tornati di slancio verso l’alto, mi hanno scaraventato neve in faccia e nei capelli, nel collo del golf.
“Si può sapere cosa stai facendo?” ha detto mio fratello. “Cos’è questo casino?”
“Niente. È la neve.”
“Quando pensi di venire?” ha detto lui, morso ai fianchi e alle caviglie dall’impazienza.
“Subito. Adesso.” Mi sentivo in colpa per non essere già lì, indipendentemente dal suo tono, eppure non ho resistito a dare un paio di altri colpi con il bastone per liberare gli allori. Piccole slavine sono scivolate sopra le foglie verde scuro tra nuvole polverizzate, per affondare nello strato bianco soffice che copriva il terreno.
“Sbrigati” ha detto mio fratello. “Non posso occuparmi di tutto io.”
“Parto, parto. Il tempo di fare duecentosessanta chilometri, e arrivo.”
Avrei voluto aggiungere qualcosa a proposito delle probabili condizioni delle strade, ma il mio cellulare aveva esaurito la carica, si è spento. Sono rientrato a lavarmi i denti e buttare un paio di cose in uno zainetto. Avevo in testa alcune altre immagini di mio padre, non recentissime perché erano passati forse due mesi dall’ultima volta che ci eravamo visti: in ognuna mi guardava con un’espressione irrisolta, tra curiosità e perplessità. Sono tornato fuori di corsa, ho chiuso la porta di casa, sono sceso a scivoloni per la pendenza verso lo spiazzo.
Il pickup era a malapena distinguibile sotto la coltre di neve che lo ricopriva. Ho cominciato a liberarlo con una pala, a gesti furiosi. Mi sentivo invischiato dalla materia, e allo stesso tempo non riuscivo a evitare il pensiero che affrettarmi fosse irrilevante. È uno degli effetti collaterali del vivere fuori dal mondo, senza orologi e con collegamenti telefonici precari, ma quello che era successo lo accentuava di molto. Avevo una sensazione nitida della futilità di intenzioni e programmi, scalette, calendari, appuntamenti, attese.
Quando mi è sembrato di aver spalato abbastanza sono salito al volante e ho messo in moto, con il tergicristallo che smuoveva blocchi di neve dal parabrezza. Il sedile era freddo, i vetri si sono appannati subito; muovevo le ginocchia e battevo i denti mentre il primitivo motore diesel si scaldava.
Ho guidato senza vedere molto giù per la stradina, e alla prima curva mi ha bloccato una massa di alberi caduti di traverso e coperti di neve, traditi dalle chiome ancora fogliute e dalle radici deboli sul terreno argilloso in pendenza. Sono sceso e ho provato a smuoverli, ma non c’era verso, così ho dovuto tornare indietro a passi rallentati e risalire la pendenza, tirare fuori la motosega dal capanno degli attrezzi. Naturalmente aveva il serbatoio vuoto, e ho dovuto mettermi a miscelare olio e benzina e versare la miscela in un imbuto, con le mani irrigidite dal freddo e dalla fretta. Ho tirato il cordino dell’accensione a strappo, ma per qualche ragione il piccolo motore monocilindrico non partiva. Ho strappato strappato strappato, provato a chiudere l’aria, riaprirla: niente. Ho buttato la motosega nella neve, ci è scomparsa dentro. Ho preso la sega a mano nel capanno e sono tornato giù verso gli alberi, incespicando e scivolando peggio di prima nella concitazione.
Ho segato ramo dopo ramo e poi i tronchi a sezioni, li scaraventavo di lato un pezzo alla volta. La neve mi entrava negli stivali e negli occhi e nelle orecchie, mi bagnava le dita attraverso i guanti di cuoio logoro e scucito. Mi sforzavo al punto che nel giro di qualche minuto la mia maglietta di cotone e il primo golf erano zuppi di sudore, eppure non avevo tempo né voglia di fare una pausa, neanche per togliermi il giaccone. Segavo con i muscoli delle braccia che mi facevano male, gli occhi che mi lacrimavano per la fatica. Ogni tanto arretravo di qualche passo per controllare il risultato, e non mi sembrava di essere più vicino di prima ad aprirmi un varco. Ma ho continuato, totalmente assorbito nella meccanica sistematica della demolizione, finché a un certo punto mi sono reso conto che il passaggio era libero. Sono saltato sul pickup, bagnato di neve sciolta e sudore com’ero, ho rimesso in moto e guidato giù per la stradina, basandomi sulla memoria più che sulla vista.
Non è stato facile percorrere i trecento metri fino alla strada interpoderale, perché spingevo davanti al cofano un muro di neve di altezza crescente e potevo solo intuire i margini delle carreggiate, dovevo dare strappi continui al volante per non finire rovesciato tra gli alberi del bosco. Quando alla fine ho raggiunto con un ultimo sobbalzo la strada dove era passato lo spazzaneve, ho provato un rapido senso di sollievo, sovrastato subito dall’ansia crescente.
La traversata dell’Appennino è stata un’impresa ancora più ardua di come mi ero immaginato, con le strade coperte di neve che scrocchiava e si accumulava sotto le ruote, muri di neve compattata ai lati, persone anziane con pale in mano davanti ad accessi bloccati delle loro case, piccoli borghi di pietra tornati indietro di un secolo almeno, fumo denso dai camini, grandi camion fermi fuori carreggiata o negli spiazzi delle stazioni di servizio, colori annullati. Sarebbe stato anche suggestivo, se non avessi avuto tanta fretta di arrivare. Ogni tanto mi venivano in mente altre immagini di mio padre: visto da vari angoli e bloccato a metà gesto, tra un’espressione e un’altra.
Nel passo a curve e ondulazioni tra Gubbio e Perugia a un certo punto le spazzole del tergicristallo si sono coperte di ghiaccio al punto di costringermi a viaggiare con la testa fuori dal finestrino per distinguere i contorni della strada. Tenevo la leva del cambio fissa in terza, nel rombo del diesel e nel soffio continuo della ventola del riscaldamento; durante i passaggi più difficili muovevo istintivamente le spalle e il bacino come per aiutare il pickup a tenere la rotta e andare avanti.
Da Perugia in poi lo strato di neve si è assottigliato e diradato e poi ritratto progressivamente dal paesaggio, finché al confine con il Lazio non ne restava più traccia. C’era anzi un cielo azzurro pallido, luce occidentale tendente al giallo bagnava i campi e gli edifici ai lati della superstrada. Le ragioni del mio ritardo mi si sono dissolte intorno, mi hanno lasciato aggrappato al volante che trasmetteva le vibrazioni delle ruote, con lo sguardo che tornava di continuo all’ago del contachilometri in oscillazione intorno alla mia velocità massima di 125 chilometri all’ora.